Notte tra il 23 e 24 agosto 2017, un anno dopo

È passato un anno da quella notte che ha strappato la vita a centinaia di persone e sconvolto la vita di migliaia.

Ci sarebbero infinite cose da dire, molte da ricordare (la generosa e intrepida assistenza dei Vigili del fuoco, nostri eroi) e molte altre da dimenticare ma credo che quello che ha scritto la mia compagna una settimana dopo la terribile scossa di un anno fa descriva meglio di tante riflessioni quello che abbiamo vissuto: un frammento di un dramma collettivo, di una tragedia di dimensioni ed estensione inaudite, un dramma che si è protratto ben oltre le varie sequenze di scosse, pure ostinatamente replicate, e che ancora viviamo in molti, lontani, dispersi ma tacitamente uniti da una comunione di sofferenze.Sant'Elpidio Morico luglio 2011

Il  paese dov'è sempre domenica

di Letizia Innocenti

Vi racconto una storia, una storia vera, che ho vissuto come una fiaba fino alle 3,36 del 24 agosto.

Letizia

C’è un paese-castello, su una delle tantissime colline delle Marche, che ho scoperto tre anni fa, quando sono andata a trovare un amico che non vedevo da quasi dieci anni e che poi è diventato il mio compagno. E’ così piccolo che nelle mappe va cercato con mille ingrandimenti: una frazione di poche decine di abitanti che fa parte di un comune di poche centinaia di abitanti, ma al suo ingresso trionfa una grande chiesa del 1699 (S. Michele Arcangelo) con i due imponenti campanili, visibili anche a chilometri di distanza, che custodisce (letteralmente, perché viene aperta solo per qualche funzione religiosa, quando va bene due ore a settimana) un prezioso trittico del Crivelli.

Mi ha accolto col sole, quel bel sole dei primi di settembre che tutto illumina e niente brucia, nel suo silenzio magico, esibendo con fierezza il rosa dei mattoni immerso nel verde delle colline. Una festa, una vera delizia per l’anima. Fin da subito ho detto a Giuseppe: “Ma qui è sempre domenica!”. Una sola strada per le auto dei residenti, per il resto solo vicoli da percorrere a piedi, compresa la passeggiata lato sud, sulle mura, dove per tanti anni ha fatto curiosa mostra di sé… una barca! Pochissimi abitanti, ho detto: molti anziani, capitanati da Rosa ultracentenaria, ma per fortuna - o per sorte dei genitori -animata anche da diversi bambini, ora anche di varie nazionalità, i quali giocano o scorrazzano liberamente in bicicletta e nelle serate estive occupano l’area attrezzata accanto alla chiesa, divertendosi sull’altalena o sullo scivolo. Un solo piccolo esercizio commerciale, gestito da una vita da Delia e Umberto, dove anche la domenica mattina, previa scampanellata, puoi andare a comprare il caffè appena macinato. Cose di altri tempi.

Per tre anni questo angolino a mezz’ora dall’Adriatico e a mezz’ora dai Monti Sibillini è stato anche il mio rifugio. La grande casa di Giuseppe, da lui acquistata oltre vent’anni fa con difficoltà e risistemata con ancor più lunghe e onerose fatiche, praticamente un cantiere permanente, è stata il mio “svago” di donna in questo tempo: aveva bisogno di tende, di riposizionamento degli arredi, di nuovi piatti e bicchieri per accogliere gli amici in visita per una cena o per trascorrere qualche giorno di vacanza, di biancheria ad hoc per letti ad una piazza, una piazza e mezzo e matrimoniali, di spazi idonei per noi due che ci stavamo di più ma anche per mio figlio Giorgio, cui Giuseppe ha destinato una stanza esclusiva e “British”, secondo i suoi gusti, che ogni tanto ci seguiva.

Da un anno e mezzo era diventata, soprattutto, la casa per il nostro lavoro, che prima ancora è la nostra vocazione e la nostra passione: siamo musicisti e docenti in Conservatorio, Piano a codaavere anche un pianoforte a coda nel salotto (oltre ad un verticale al piano inferiore ed un digitale al piano superiore) ha coronato un antico sogno del padrone di casa, chitarrista, e consentito a me, pianista, di riprendere con slancio un’attività sacrificata troppo a lungo per altre necessità. Venti giorni dopo l’arrivo del pianoforte in casa abbiamo tenuto il nostro primo concerto come duo in un paese vicino, in una serata di neve indimenticabile.

Abbiamo fatto la spola fra i due mari, Tirreno e Adriatico, per tre anni: io ancorata a Livorno per favorire la continuità degli studi liceali di mio figlio, Giuseppe sempre con la valigia al seguito, sede di servizio comune a due ore di distanza per lui e quasi quattro per me, sempre in auto. Ma tornare nel paese dove era sempre domenica, fossero anche le tre di notte, come dopo l’ultimo concerto a Roma, percorrendo la Salaria e attraversando  Amatrice, era sempre una consolazione.

          Poi è arrivata la notte dell’apocalisse.

La sera prima ci siamo concessi una pizza in un paese poco distante e rientrando non avevamo incrociato - come sempre - le volpi o gli istrici: sulla strada verso casa ci eravamo imbattuti in una inquietante scorribanda di topi. Mai visti, da quelle parti, giuro, correvano tutti all’impazzata, da ovest verso est. Ma il 23 agosto c’era un cielo stellato da togliere il fiato, uno spettacolo troppo bello per farmi distrarre più di qualche istante dai ratti. Siamo andati a dormire sereni, al piano di sopra.

Alle 3,36 la prima terrificante scossa, subito violentissima. Giuseppe mi grida di andare con lui sotto l’architrave a sinistra, io vorrei tanto alzarmi ma quando butto giù le gambe dal letto è come se non trovassi il pavimento: il letto va da una parte e il pavimento dall’altra, sotto di me c’è un tapis-roulant e al buio, col boato sotto e il fracasso fuori, faccio fatica a seguirlo. Non so come, né quanto tempo impiego, ma ci riesco proprio mentre i primi calcinacci vengono giù. Li vedo e li sento cadere. La scossa non finisce mai, tutta la casa si muove come una vela al vento, l’oscillazione è impressionante; non parliamo, non ci teniamo neppure per mano, come facciamo sempre: ci aggrappiamo ad un termosifone e basta.

All’improvviso la scossa si ferma, quasi sussurro “scendiamo e usciamo” ma neanche so se la scala c’è ancora, se i muri hanno tenuto. Invece è così. I miei telefoni sono sulla scrivania dello studio di passaggio, impolverati ma funzionanti, li acchiappo insieme alla mia borsa, intravedo anche un mattone a terra; non c’è tempo per fare altro, in un nanosecondo siamo giù, grido a Giuseppe “prendi le chitarre!” mentre io mi occupo della mia valigia (già fatta perché sarei ripartita il giorno seguente) e dei computer e poco dopo siamo fuori, in strada. Anche la strada c’è, sembra “pulita”, poco più in là vedo che un’auto è stata investita da un mattone e ci sono vetri dappertutto, ma le case sembrano salve e una rapida occhiata indietro, alla casa-rifugio, mi fa sperare che anche lei terrà. In piazza troviamo i paesani e numerosi villeggianti: ci scambiamo le prime impressioni e le prime notizie, i bambini sono spaventatissimi, le auto sono accostate l’una all’altra fino al limite del breve viale.

Rientriamo in casa dopo circa un’ora, giusto in tempo per prendere dei documenti e chiudere il gas e la corrente: arriva la seconda grande scossa, molto forte e molto lunga, scappiamo via. Attendiamo gli eventi, cerchiamo di capire che cosa sia accaduto attraverso i cellulari, già sappiamo che i paesi più a ridosso dei Sibillini hanno subìto gravi danni, non si hanno ancora notizie certe di morti o dispersi. L’idea è quella di andare via il prima possibile, se si può, ma solo in direzione del mare perché è già chiarissimo che le strade verso l’Umbria e il Lazio sono chiuse o necessarie per i soccorsi; chiamiamo i carabinieri per conoscere le condizioni viarie, ci rassicurano e promettono di venire: nel giro di tre minuti si materializzano due pattuglie, ripetutamente chiedono se tutti stiamo bene e se si sono verificati crolli importanti. Più tardi arrivano il sindaco e un mezzo della protezione civile.

Nel paese dove era sempre domenica non ci sono morti né feriti, per fortuna, si procede ad una rapida prima ispezione solo per valutare la tenuta degli edifici. Dopo aver lasciato le chiavi di casa e di un’auto, appreso che nell’immediato non è possibile fare niente, partiamo. Siamo vestiti come siamo andati a dormire, adesso ce ne rendiamo conto. Poco male. Di fatto siamo degli sfollati.

Per tutto il viaggio verso casa mia ascoltiamo la radio, parliamo pochissimo, ci alterniamo alla guida solo per rispondere alle telefonate e ai messaggi che ci arrivano dalle persone care, avvisate da noi o dalla rete, dalle televisioni o dalle telefonate di terzi.

            Giovanni, un amico-collega di Giuseppe, e Maurizio, un amico-collega mio, senza conoscersi e senza saperlo, ci dicono le stesse parole: “Volevo solo sentire la tua voce”.

Siamo perfettamente coscienti di quello che è accaduto e sono perfettamente consapevole che l’apocalisse avrà già provocato e provocherà tanti morti; mi esce la voce solo per ripetere: “Sarà come per L’Aquila”, terremoto che aveva sconvolto la vita della mia amica-collega Maria Rita.

Nel primo pomeriggio arriviamo a casa mia. Fin da subito chiediamo e riceviamo, grazie ai paesani, fotografie e notizie sullo stato della casa e del paese; dopo un paio di giorni arriva l’ordinanza di inagibilità della casa. Alla paura e alla tristezza fa seguito una crescente preoccupazione, con spazio per una rabbia impotente perché Giuseppe, sfollato e senza alcun aiuto istituzionale – almeno per il momento – dovrà provvedere entro trenta giorni alla messa in sicurezza della casa.

Oggi lui è tornato nel paese dove era sempre domenica, anche se dovrà dormire da Tony e Madeleine, due cari amici che hanno preso casa su un colle vicino. La casa c’è ancora, ma da fuori, dove pure sono visibili alcune lesioni, non si può capire a fondo quello che è successo. Dentro è un macello, quasi ovunque. Ciò che aveva resistito alla violenza esplosiva della prima scossa ha ceduto con la seconda e le successive, tantissime e alcune molto forti.

La casa del paese dove era sempre domenica, di fatto, non c’è più

Era a S. Elpidio Morico, frazione di Monsampietro Morico, provincia di Fermo.

(31 agosto 2016)

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