Sono sempre più sorpreso di come si stia affrontando il tema terremoto.

L'accento si sposta sempre più sulla "messa in sicurezza" - certamente auspicabile e necessaria in prospettiva - ma ciò vien fatto a scapito dell'aspetto più vivo e presente del sisma, quello cioè dell'emergenza, e delle carenze drammatiche che la gestione dell'emergenza ha messo in evidenza e continua a mostrare.

Ora, se da una parte è sacrosanto proporsi di salvare vite umane nei prossimi eventi sismici provvedendo ad adeguate messe in sicurezza, dall'altra bisogna anche pensare alla messa in sicurezza della vita dei sopravvissuti di questo sisma, quelli che oggi patiscono le conseguenze del disastro avvenuto, avendo conservato la vita e la speranza di tornare prima o poi alla normalità.

L'impressione purtroppo è che, nel concentrare tutte le proposte verso futuro, ci si dimentichi di un dramma presente e tutt'altro che superato.

Il giusto intento di mettere in sicurezza, così affrontato, non tiene oltretutto conto di alcuni problemi: il patrimonio storico architettonico dell'Italia è immenso, costituisce la nostra ricchezza e va tutelato, ma quanto tempo ci vorrà per metterlo tutto in sicurezza, ammesso che si trovino i colossali investimenti necessari? Poi, in sicurezza rispetto a quale circostanza? Le recenti tre sequenze di scosse in cinque mesi, di ML 6, 6,5 e 5,5 hanno fatto danni incalcolabili, abbattendo o danneggiando fortemente costruzioni che erano in piedi da secoli e che sembravano indistruttibili ed eterne. Sarebbe stato impossibile mettere tutto in sicurezza prima, senza sapere dove l'onda sismica sarebbe stata più violenta, sarebbe stato impossibile mettere in sicurezza, mettiamo negli ultimi dieci anni, tutto quello che avrebbe potuto cedere, a meno appunto di non conoscere prima quali sarebbero stati i luoghi più esposti e gli edifici più vulnerabili (in teoria tutti).

Se poi si estende il campo di intervento a tutte le zone sismiche d'Italia e all'immenso patrimonio storico architettonico che contengono, ci si renderà conto che per una "messa in sicurezza" totale occorrerebbero almeno 50 anni e dieci volte il nostro benedetto PIL.

Forse sarebbe anche utile investire in ricerca geologica per individuare e monitorare le fragilità del tessuto terreste, individuare zone a maggiore rischio e le relative modalità di propagazione delle onde sismiche.

Tenuto conto comunque che stiamo parlando di rimedi a lunghissimo termine e che, statistiche alla mano, prima che tutto ciò verrà realizzato ci saranno almeno un'altra decina di eventi sismici gravi nel nostro bel Paese, forse è bene non perdere di vista il presente, che si chiama emergenza, insieme alle altre emergenze prossime venture dei prossimi 50 anni.

Come? provvedendo ad un piano di emergenza già regolato da leggi certe e stabili e non da decreti emanati last minute. Ad esempio esentando dalle tasse i locatori che volessero affittare abitazioni in zone sicure ai terremotati, con contratti ad hoc, con scadenza al ripristino dell'abitabilità della loro casa danneggiata, erogando in anticipo, e non in costante ritardo, i contributi per l'autonomia sistemazione (CAS), creando procedure semplificate per la voltura e la chiusura di tutte le utenze, con contratti ad hoc per il periodo dell'emergenza, prevedendo piani regolati di assistenza economica e concreta per i traslochi in situazioni critiche, insomma evitando concessioni e regalie passeggere ma predisponendo piani di emergenza sistemici ed efficienti.

Oltre a predisporre, in ogni località esposta a frequenti fenomeni sismici, aree già attrezzate per accogliere gli sfollati in prima emergenza e prefabbricati già pronti per il montaggio (come scialuppe nelle navi da crociera, il principio è lo stesso ed il rischio è maggiore a terra che in mare).

Mi auguro che il prossimo governo si muova in questa direzione, a partire da questa emergenza, ben lungi dall'essere rientrata, e per tutte le emergenze prossime venture.

Giuseppe Ficara,

Ortezzano, 23 febbraio 2018